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Giovedì, 14 Gennaio 2021 15:19

Accademia delle Belle Arti di Firenze, un’Istituzione storica ma con lo sguardo rivolto al futuro. Parla il direttore Claudio Rocca. Foto

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Tra gli obiettivi primari, per questo secondo mandato, c’è sicuramente l’ampliamento degli spazi. Nonostante il periodo difficile continuano, infatti, a crescere gli iscritti. Inoltre l’Accademia conferma la sua vocazione sperimentale, con spiccato orientamento al mondo del lavoro e con un forte collegamento alla rete territoriale museale e imprenditoriale

Il direttore Claudio Rocca - Foto di Michele Stanzione Il direttore Claudio Rocca - Foto di Michele Stanzione

FIRENZE  - Claudio Rocca, architetto carrarese, fiorentino d’adozione, ha assunto le redini dell’Accademia di Belle Arti di Firenze nel 2017 e, dopo aver svolto il suo primo mandato mostrando una visione ad ampio spettro, volta al potenziamento dei rapporti con le realtà territoriali, ma anche internazionali, e con una particolare attenzione all’offerta formativa, è stato riconfermato alla guida della storica Istituzione, per il triennio 2020/2023. Una sfida importante, in considerazione delle difficoltà scaturite dall’emergenza sanitaria, ma anche una continuità gestionale che permetterà di portare a compimento quegli obiettivi prefissati già nel primo mandato. 

Direttore è possibile fare un bilancio dei primi tre anni? Quali aspetti vorrebbe implementare e quali sono le priorità in questo suo secondo mandato?

Un obiettivo che mi ero prefissato, tra tutti,  era sicuramente l’ampliamento degli spazi. L’Accademia soffre, praticamente da sempre, di una carenza di spazi già da quando è stata riformata, ovvero restituita alle professioni liberali. Fondata da Giorgio Vasari come Accademia del Disegno, era un’Accademia di corte che faceva capo a una oligarchia legata agli artisti della Compagnia di San Luca. L’Accademia fu poi riorganizzata sotto il Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo di Lorena, ma già all’epoca gli spazi erano limitati. All’inizio gli allievi erano pochi, stiamo parlando dell’ordine di circa 300 iscritti, oggi sono quasi 2000 e siamo in continua crescita. Quindi l’ampliamento dell’Accademia è sicuramente al primo posto. Durante il  primo mandato si dovevano concludere alcuni accordi per l’acquisizione di nuovi spazi, ma quest’anno è stato un anno orribile per tutti. E' tuttavia  gioco forza portare a termine questo iter che abbiamo iniziato già da diversi anni. Intanto è stato acquisito l’oratorio di Gesù Pellegrino, ovvero la Chiesa dei Pretoni, ma è molto piccola rispetto alle nostre necessità e quindi stiamo trattando l’acquisizione di un immobile all’ex Manifattura Tabacchi di 3600 mq e, in accordo con il Comune,  anche quella della Palazzina Carnielo, in Piazza Savonarola, di 2000 mq. Per cui andremo  a raddoppiare le nostre superfici, acquisendo spazi necessari per la didattica. 

Un’altro obiettivo fondamentale è la diversificazione dell’offerta formativa. Abbiamo, da tre anni a questa parte, introdotto nuovi corsi, nuove discipline. Io ho ereditato più o meno quella che noi definiamo l’Accademia napoleonica, con i classici corsi di pittura, scultura, grafica, decorazione e scenografia. Sono stati invece introdotti nuovi percorsi e istituiti dipartimenti che prima erano presenti  solo sulla carta, ma non erano ancora strutturati. Oggi questi dipartimenti funzionano, tant’è che nell’arco di tre anni è stata realizzata una revisione di tutti i piani di studio, introducendo anche corsi di Didattica per i musei, Interior design, Curatela artistica per il biennio. Sono stati istituiti anche dei Master di primo livello. Si è chiuso proprio ieri il Master di Design del prodotto ceramico e di Design tessile e ne abbiamo in programma altri su Immagine e suono e Design per l’artigianato. L’Accademia è quindi molto cresciuta per quanto riguarda l’offerta formativa, puntando a professionalità più attuali, più attinenti al mercato del lavoro. Da quest’anno partecipiamo inoltre anche ai Prin (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale, ndr) e dottorati di ricerca. Con la riforma siamo stati finalmente equiparati all’Università. 

Qual è stato l’impatto della pandemia sulla didattica e come si sta procedendo al momento?

La chiusura totale ci ha preso sicuramente alla sprovvista. Tuttavia i corsi, dopo la chiusura del 10 marzo 2020, erano online dopo una settimana, al 97% di quelli erogati nel secondo semestre. Per quest’anno ci siamo organizzati. Obtorto collo è stata adottata la didattica a distanza, ma avendo l’Accademia molti laboratori pratici, non è certo la condizione ideale. Siamo quindi partiti con la didattica a distanza per poi riaprire gradualmente, a novembre, i laboratori. Attualmente quindi tutti i laboratori sono aperti e c’è una buona risposta anche da parte degli studenti. Sono stati riaperti in particolare per gli iscritti al primo anno, che vogliono e hanno la necessità di vivere gli spazi dell’Accademia, e poi per  i ragazzi che devono chiudere il loro percorso di studi e ultimare i loro lavori per la discussione delle tesi. Nonostante l’anno sia stato molto difficile, tuttavia c’è stato un incremento del 20% di iscrizioni. E’ comunque un trend di crescita che continua da diversi anni. Tre anni fa avevamo 1300 iscritti, quest’anno ne abbiamo 1976.  Da qui, come spiegavo prima appunto, la necessità di ampliamento degli spazi.

L’Accademia, nonostante sia un’Istituzione storica, mostra una forte vocazione sperimentale e internazionale. Il recente progetto di podcast “Radio Accademia”, realizzato con la Galleria dell’Accademia, ne è un esempio. Come è nata l’idea e come sta procedendo?

Il progetto “Radio Accademia” deriva dai corsi di Didattica di multimedialità per i Musei. I podcast nascono con l’idea di far avvicinare i fruitori alle opere d’arte, in questo caso quelle della Galleria dell’Accademia, in un modo "leggero",  con un linguaggio più fresco.  Di questi podcast ne abbiamo realizzati sei ma ne stiamo preparando altri venti.  Non è l’unico progetto che abbiamo in corso. Stiamo, infatti, cercando di dar vita a nuove figure professionali, come ad esempio quelle di educatori museali o mediatori dell’arte. Molta parte dell’arte contemporanea va mediata perché non è comprensibile ai più.

Il nostro Prin si focalizza sul tema del Mediterraneo, ma in particolare sul modo di vivere il museo. L’obiettivo è quindi inventare una nuova forma per la fruizione, superando l’idea del museo della tradizione ottocentesca. E’ arrivato il momento di rigenerarlo e reinventarlo.  In accordo con il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze, poi creeremo un’unità di ricerca all’interno del Prin.  Con il dipartimento abbiamo già collaborato per alcuni seminari. La nostra Accademia ha anche una vocazione internazionale, e abbiamo una sorta di primato, considerando che circa un 38% dei nostri studenti proviene dall’estero, mentre una normale Università ne ha in genere un 4%.  Siamo quindi ben più avanti su questo aspetto. Abbiamo poi tanti rapporti con varie Università e Accademie straniere e abbiamo sviluppato un programma di confronto tra architettura e arte, già testato in Israele, in Cina a Pechino, in parte anche a Bangkok in Thailandia, ma la seconda fase, prevista a febbraio 2020, si è interrotta per ovvi motivi. Dunque sperimentazione e ricerca sono due elementi fondamentali dell’Accademia.

E’ evidente dalle sue parole che l’Accademia cerchi anche di colmare il divario esistente tra ambito formativo e lavorativo…

Uno degli elementi ancora in fase di studio è proprio quello di introdurre delle facilitazioni per creare dei modelli di start up interni. L’idea è quella di sviluppare una specie di sistema di incubatori di nuove proposte e di nuove professionalità che possano poi essere immesse sul mercato del lavoro. Abbiamo dei laboratori interni che formano dei veri e propri grafici, graphic designer, abbiamo un laboratorio audiovisivo e con questo stiamo realizzando un grosso progetto insieme ad  alcuni musei di Firenze: la Galleria dell’Accademia, il Bargello,  Orsanmichele e il Museo dell’Opera del Duomo, proprio per sviluppare nuovi linguaggi di comunicazione dell’arte. Un altro progetto simile lo stiamo approntando per il Museo Stibbert, un museo che custodisce elementi salienti dell’arte e del collezionismo, che vanno declinati e fatti conoscere nel migliore dei modi. Insomma, l’obiettivo dell’Accademia è anche quello di  dar vita a figure professionali in grado di affrontare autonomamente il mondo del lavoro. Questo è un aspetto di primaria importanza per noi. 

Secondo lei sta cambiando il modo di fruizione dell’arte?

E’ la stessa idea della conoscenza delle opere d’arte che secondo me è un po’ in crisi. Bisognerebbe alzare il livello di fruizione facendo conoscere, già prima di una visita, quello che può essere un appartato museale. Uno degli aspetti sul quale lavorare è far in modo che i musei non siano entità passive, ma che abbiamo degli elementi attivi di partecipazione. Ogni museo necessita di apparati didattici. E’ importante che il museo diventi, in qualche misura, una specie di laboratorio artistico attivo e nello stesso tempo abbia la possibilità di mostrare al meglio le sue collezioni, divulgandole anche in un modo diverso, con allestimenti differenti. Penso ad esempio alla traslazione del David all’interno del transetto, nel 1874. In quel caso Emilio De Fabris, architetto dell’Accademia delle Belle arti, che ha anche completato la facciata del Duomo di Firenze, ha realizzato un allestimento museografico straordinario per quel periodo. Ecco bisogna avere lo stesso coraggio e la stessa forza, come in quel momento. Ceare allestimenti innovativi e offrire una visione differente delle opere d’arte, nel modo più congeniale possibile. Aspetti questi ancora in nuce ma molto importanti. 

Che ne pensa della fruizione delle opere d’arte sul web?

Diciamo che è una modalità anche questa. D’altra parte ora siamo costretti a farlo. Con la chiusura dei musei sono anche venute fuori nuove idee. Il progetto “Radio Accademia” ne è la prova. E’ comunque importante pensare a nuovi modi, anche meno specialistici, per far conoscere i musei. A volte alcune modalità sono, ahimè,  un po’ noiose e didascaliche.  Bisogna creare anche un momento di divertimento nel vivere l’opera d’arte, che nulla toglie all’aura dell’opera in sé, ma cerca semplicemente di avvicinarla di più alle persone, che possono percepirne comunque la bellezza.

Anche per quanto riguarda lo stesso David, per esempio, icona di Firenze, simbolo dell’italianità, sarebbe importante far comprendere quanto lavoro c’è dietro quella scultura. Mostrare come nasce l’opera d’arte è, secondo me, uno degli elementi fondanti. Per questo penso che aver separato, anche a livello amministrativo, la nostra istituzione, dove si formano gli artisti, dal museo accanto (Galleria dell’Accademia, ndr) non  giovi alla fruizione stessa del museo. I musei poi ormai, almeno fino a prima della chiusura, venivano presi d’assalto da numeri che poi  non rispondono alla volontà di conoscere veramente le opere in esso esposte. La maggior parte di chi viene a visitare la Galleria dell’Accademia, guarda il David e poi scappa via. Quindi l’importante è cercare di avvicinare i visitatori anche a quelle opere minori, che poi minori non sono, ma sono di fatto eccezionali, come quelle della Galleria dell’Accademia, per non parlare poi degli Uffizi. 

Il corso da noi istituito per educatori museali serve appunto a far conoscere l’arte in un modo diverso avvicinandola di più al grande pubblico. 

Il fatto che durante la chiusura dei musei siamo stati tutti costretti a vederli a distanza può essere un aspetto importante, nel senso che non serve che le persone vengano a frotte solo per vedere un’unica opera. Comunque è un concetto un po’ difficile da sintetizzare, ci vorrebbe molto più tempo per spiegare e approfondire la questione. 

Lei prima ha accennato ad alcune realtà territoriali museali, e non solo, con cui l’Accademia si interfaccia, può dirci qualcosa in più?

Noi collaboriamo con tanti musei, la Galleria dell’Accademia, il Bargello, Gli Uffizi, il Museo del Novecento, Mad, Murate Art District, lo Stibbert, di cui sono parte integrante, essendo nel Consiglio di amministrazione, il Museo Marino Marini, Palazzo Strozzi, ma collaboriamo anche con musei “minori” e, a livello territoriale, con aziende e Comuni più piccoli, come quello di Montelupo Fiorentino dove abbiamo il Master di Design del prodotto ceramico.  Come Accademia ragioniamo in termini di Città metropolitana, quindi abbiamo rapporti con Calenzano, Barberino di Mugello, con Vicchio, dove a maggio 2021 inaugureremo un percorso ideato dai nostri studenti sulle vie della forma, un progetto che durerà tre anni. Cerchiamo quindi di portare l’arte in paesi più lontani, ma comunque importanti. Vicchio, per esempio, è il paese di Giotto, pochi magari lo sanno, ma anche di Benvenuto Cellini. Insomma, ci sono tante realtà ed eccellenze attorno a Firenze che possono essere messe in evidenza, pensiamo alla terracotta dell’Impruneta, il tessile di Prato, la ceramica di Montelupo, per non parlare degli accessori di moda a Scandicci o Calenzano. Eccellenze sulle quali intervenire per favorire la crescita di una imprenditoria giovane e di genere. In Accademia oggi la maggioranza di iscritti sono donne. E pensare che fino al 1912 era invece loro interdetta.

Foto di Michele Stanzione

Ultima modifica il Venerdì, 05 Febbraio 2021 11:02


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