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Lunedì, 20 Gennaio 2020 12:06

Schifano alla galleria Gió Marconi di Milano

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Dal 22 gennaio al 20 marzo 2020, una mostra curata da Alberto Salvadori e in collaborazione con l’Archivio Mario Schifano, dedicata ai monocromi dell’artista, compresi tra il 1960 e il 1962

Mario Schifano nel suo studio davanti all’opera “Qualcos’altro”, Roma 1962  Courtesy © Archivio Mario Schifano Mario Schifano nel suo studio davanti all’opera “Qualcos’altro”, Roma 1962  Courtesy © Archivio Mario Schifano

MILANO - Mario Schifano. Qualcos’altro è la mostra che la galleria Gió Marconi di Milano ospita a partire dal 22 gennaio 2020. 

L’emblematico titolo si riferisce a un’opera del 1960 che Schifano realizza appena ventiseienne e a un polittico del 1962 che figura tra le opere esposte. “Qualcos’altro”  sta forse a indicare che ciò che l’artista intendeva dipingere doveva essere diverso da quanto si vedeva in giro; ma è anche un intento programmatico espresso in due parole: il monocromo, inteso come tabula rasa, è già pronto a trasformarsi in luogo di proiezione, campo fotografico in cui si metteranno a fuoco dettagli, particolari, frazioni di immagini. 

Al centro della mostra ci sono dunque i monocromi realizzati da Schifano tra il 1960 e il 1962. Schifano, in anticipo su gli altri protagonisti della scena romana dell’epoca, intende con i suoi monocromi non solo azzerare la superficie del quadro, anche come risposta all’informale, ma attribuirle un altro punto di vista, “inquadrarla”, proporre un nuovo modo di vedere e di fare pittura.

Il primo a capire che la superficie dei monocromi è semplicemente uno schermo sarà Maurizio Calvesi che, nel catalogo della mostra alla Galleria Odyssia (1963), scrive: “Erano quadri originalissimi: verniciati con una sola tinta o due, a coprire l’intero rettangolo della superficie o due rettangoli accostati... Un numero o delle lettere (ma solo talvolta) isolati o marcati simmetricamente; qualche gobba della carta, qualche scolatura: il movimento della pittura era tutto lì.”

“Pensavo che dipingere significasse partire da qualcosa di assolutamente primario...” -  racconta l’artista - “I primi quadri soltanto gialli con dentro niente, immagini vuote, non volevano dir nulla. Andavano di là, o di qua, di qualsiasi intenzione culturale. Volevano essere loro stessi... Fare un quadro giallo era fare un quadro giallo e basta”.

Azzeramento del gesto e del senso, dunque, un semplice pretesto per fare una pittura che riparta da zero, un incipit a qualcosa di diverso. Ma il monocromo, inteso come tabula rasa, è già pronto a trasformarsi in luogo di proiezione, campo fotografico in cui si metteranno a fuoco dettagli, particolari, frazioni di immagini. Qualcos’altro” suona insomma anche come un qualcosa di profeticoGli “schermi” si riempiranno infatti presto dei nuovi segni della vita moderna.

I monocromi sono affiancati anche da un nucleo di lavori su carta degli stessi anni. Sarà inoltre pubblicato un giornale della mostra in formato tabloid con contenuti inediti dell’artista e un contributo di Riccardo Venturi e Alberto Salvadori.

Ultima modifica il Lunedì, 20 Gennaio 2020 12:13
Redazione

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