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Mercoledì, 27 Aprile 2016 17:27

Al Museo Carlo Bilotti la personale di Barbara Salvucci

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Dopo la sua prima personale del 2002, all’Accademia di Ungheria, dove ha esibito le sue trame in ferro di grandi dimensioni, l’artista ha proseguito la sua ricerca nel trattare materie resistenti rese malleabili grazie a una particolare manipolazione

ROMA - Si intitola INK la personale dell’artista romana Barbara Salvucci che presenta i suoi ultimi lavori al Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese, dal 6 maggio al 26 giugno 2016.

Nella mostra, a cura di Mariagrazia Tolomeo, l’artista affronta il tema della trasformazione, già trattato in passato, presentando un’“isola di zinco”, magica nella sua potenza e resa leggerissima dalle trasparenze che la attraversano, quasi a inseguirne le venature, mentre sulle pareti del Museo Bilotti si liberano forme realizzate a china. 

Spiega la curatrice: “Il gesto metodico, ossessivo, monastico, utilizzato dall’artista per arrivare a penetrare all’interno dei suoi materiali, è stato possibile attraverso un lavoro che è stato anche di alcuni artisti degli anni Settanta, dai quali si distanzia per una personale leggerezza e felicità delle forme. Barbara consegna alla materia il dono di rivelarci non solo il mistero del genere umano ma quello della creatività dell’universo”. 

I materiali privilegiati dell’artista, oltre alle trame in ferro lavorate con una particolare e precisa tecnica manuale, sono anche le resine colorate che vengono rese trasparenti. Parallelamente alla scultura, l’artista esegue opere grafiche prevalentemente ad inchiostro di china su stoffa - che inserisce in cornice - ma libere di volteggiare sulla parete.

Le sostanze utilizzate dall’artista vengono dunque sempre lavorate con una grande maestria e anche i materiali più resistenti vengono manipolati per essere resi  “vivi” e senza peso, in un armonioso equilibrio.

"Linee di filo di ferro che creano volumi, pieni e vuoti evocano la leggerezza della materia. Il peso è negato dalle ombre che proiettano, da un racconto fatto di linee che si flettono e si intrecciano, si toccano, si abbracciano per brillare. La materia usata come segno, come una matita che disegna nell'aria. Risultato di una ossessione che insegue la leggerezza. Opere che non descrivono né definiscono, dove il gesto e il segno prevalgono e sono l'essenza stessa, come avviene nel giardino zen, luogo di concentrazione, di contemplazione, di un meditare silenzioso". Barbara Salvucci

Ultima modifica il Mercoledì, 27 Aprile 2016 17:35


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