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Mercoledì, 23 Dicembre 2020 11:10

“The Wedding Cake”, il corto artistico di Monica Mazzitelli. L’intervista alla regista. Trailer

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L’opera è stata recentemente premiata al Roma Film Corto e al Sarno film Festival. Una storia tragica, tristemente attuale, narrata attraverso un linguaggio visivo insolito, che rende il tema ancora più straziante nella sua drammaticità 

ROMA - Quattro minuti per mettere a fuoco e raccontare una storia profondamente tragica, attraverso una narrazione inconsueta, veloce, ma al tempo stesso intensa, coinvolgente e soprattutto struggente. “The Wedding Cake” (“La torta nuziale”) è il corto artistico di Monica Mazzitelli, regista e scrittrice romana, che attualmente vive e lavora in Svezia. Un lavoro che ha già ottenuto nominations e premi, due in particolare: quello del Roma Film Corto e del Sarno film Festival.

Il cortometraggio che, a dispetto di quanto potrebbe suggerire il titolo lascia invece l’amaro in bocca, è la storia vera di una donna abbandonata dal marito, con  moltissimi debiti da pagare e che, senza nessuna possibilità di fronteggiare questa emergenza con il suo lavoro, rischia la reclusione, perdendo quindi la potestà sulle sue tre figlie. E’ dunque costretta a prostituirsi finendo nelle mani di un “pappone”. Inizia così a viaggiare in Europa e in Medio Oriente, facendo credere alle figlie di fare la hostess. 

Abbiamo raggiunto Monica Mazzitelli telefonicamente per approfondire questo tema e scoprire i prossimi progetti.

“The Wedding Cake” è una storia tragica raccontata attraverso una torta nuziale e dei pupazzi playmobil. Una scelta estetica spiazzante ma che in qualche modo esalta ancora di più la drammaticità della narrazione. Come nasce l’idea di utilizzare questo linguaggio così inusuale?

È stata una scelta abbastanza obbligata nella misura in cui avevo deciso di raccontare una storia vera, come di fatto tutte le altre che fanno parte del lungometraggio a cui sto lavorando, i cui  protagonisti sono ovviamente in qualche modo camuffati, per evitare un’esposizione compromettente. “The Wedding Cake” è dunque il corto pilota di un progetto più grande, un documentario, appunto, di storie reali. 

In questo corto ho scelto di utilizzare una torta di nozze come metafora di un illusione. Per la realizzazione ho collaborato con una pattern designer, Adriana Rosati, che si occupa anche di design di torte, e insieme abbiamo cercato di immaginare una decorazione che suggerisse questa sorta di “dolcezza tradita”

Per quanto riguarda invece i pupazzi playmobil, la scelta è dovuta al fatto che volevo utilizzare dei giocattoli che fossero innanzi tutto di una misura contenuta, una barbie, ad esempio, sarebbe stata troppo grande. Inoltre i playmobil sono universalmente riconosciuti, quantomeno nel mondo occidentale, per cui rappresentavano un riferimento che tutti avrebbero potuto comprendere. Mi piaceva poi il collegamento con l’infanzia, più che mai importante in questa storia, visto che la protagonista ha tre figlie delle quali ha rischiato di perdere l’affidamento. Quindi l’utilizzo del giocattolo ha un valore fondamentale come richiamo all’infanzia di queste bambine, attorno alle quali ruota anche il dramma della situazione che racconto. 

Può dirci qualcosa in più del lungometraggio al quale sta lavorando?

Il progetto più ampio si chiama “Carne Muta”. Ho scelto questo titolo facendo riferimento a quelle persone, nella stragrande maggioranza donne che, vendendo prestazioni sessuali, sia nel caso di una prostituzione più tradizionale che nella pornografia, (che poi di fatto sono la stessa cosa, con la sola differenza che in quest’ultimo caso c’è una telecamera a documentare quello che succede) non hanno una voce. Sono mute, non solo perché non c’è nessuno che le interpelli, ma anche perché sono persone che non parlano per vergogna, visto che solitamente sono costrette a prostituirsi di nascosto dalla propria famiglia, dai propri figli. La “mutezza di questa carne” è quindi la rappresentazione dell’impossibilità a comunicare il proprio stato, la propria condizione. “Carne muta” è  per me un tentativo di dare voce a queste persone, ma non in modo documentale classico. Il mio è, infatti, un intento trasfigurativo e artistico perché credo che siano dei temi molto duri, molto difficili e quindi il mio “gioco” con gli spettatori è quello di proporre qualcosa che abbia un’estetica forte e auspicabilmente interessante, in modo da poterli trattenere fino alla fine. Dare insomma la forza di vedere queste storie, non soltanto a un pubblico già impegnato o al corrente su un certo di tipo di questioni sociali. Cerco di raggiungere un pubblico più ampio, ma anche più colto e per questo motivo mi servo di alcune collaborazioni con artiste che utilizzano varie tipologie di linguaggio, sia arte più tradizionale che non convenzionale, come può essere appunto una decorazione di torta.

Pensa che il cinema possa avere una funzione educativa? Qual è secondo lei il ruolo che può assolvere, in considerazione anche del fatto che il suo è un cinema che ruota attorno a temi sociali?

Credo che il cinema sia una forma di comunicazione, un po’ come quasi tutte le arti. Di fatto io comunico ciò che è importante per me. C’è una motivazione sociale certamente, ma non è tuttavia scelta a tavolino, parte proprio da me stessa. Quelli che tratto sono temi di cui mi occupo da molti anni, sia da un punto di vista di studio e di ricerca, sia lavorando, come volontaria e non, con organizzazioni che si occupano di queste problematiche. Sono ormai tre o quattro anni che mi muovo in questo campo, quindi è chiaro che lo riporto nella dimensione espressiva della mia creazione artistica. Dunque c’è sicuramente un’intenzione sociale nel mio cinema, ma non è un intenzione fredda, fa sempre parte della mia vita, del mio quotidiano. 

Lei si definisce registra e scrittrice femminista. Se si dovesse raccontare in poche parole cosa aggiungerebbe?

Sono una persona politica. La mia vita privata e la mia vita pubblica sono la stessa cosa, nel senso che io sono ciò che esprimo. Sicuramente il femminismo è una mia molla primaria, direi a 360 gradi. Poi mi sento molto artista. Il mio modo di partecipare a un cambiamento avviene sia attraverso la camera da presa che la scrittura. Questi sono i miei medium principali. 

Quanto è importante per lei la scrittura, anche per il suo lavoro di regista?

Io vengo dalla scrittura, ho scoperto la regia tardissimo nella mia vita, anche se l’avevo sempre tenuta un po’ forse nella tasca posteriore dei miei jeans. La scrittura ha sempre fatto parte di me, dai temi di scuola pubblicati sul giornalino, ai miei due romanzi, alle novelle, ai racconti, a tutti i  miei articoli, non so più neanch’io quanti, di arte, di cultura, o su temi sociali ecc… La scrittura è quindi quel che io sono. Anche come regista, fino ad ora, ho diretto solo cose scritte da me. Insomma, è tutta una mia creazione dall’inizio alla fine. In questo senso sono decisamente una regista autoriale. Il modo di esprimermi nasce appunto dal concetto, dalla parola e poi diventa visione. 

Quando sarà terminato “Carne Muta” e quali altri progetti ci sono in cantiere?

“Carne Muta” ha ottenuto un finanziamento per essere portato a compimento. Quindi per la prima parte del 2021 lavorerò prevalentemente a questo, alla parte progettuale cercando nuove collaborazione per aprirmi a nuove forme artistiche, questo è il mio obiettivo per i prossimi mesi.  Nel frattempo ho scritto una serie televisiva. La produzione è attiva per trovare i finanziamenti giusti per poterla girare. Ma questo è un progetto per il 2022, per ben che vada.  

Ultima modifica il Mercoledì, 23 Dicembre 2020 15:01


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