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Lunedì, 05 Ottobre 2020 17:53

Bologna. A Palazzo Vizzani, la video installazione “Lumi” di ZimmerFrei

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Il film, prodotto da ON e realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council, sarà presentato dal  6 al 18 ottobre 2020, nelle stesse sale che sono state scenario delle riprese

BOLOGNA - Si chiama LUMI il neo film di ZimmerFrei che verrà presentato in forma di video installazione a cura di Martina Angelotti dal 6 al 18 ottobre 2020 all’interno di Palazzo Vizzani, sede dell'Associazione Alchemilla, nelle stesse sale che sono state scenario delle riprese. 

Come si legge in una nota, il film “fonda  la sua ricerca artistica su recenti studi sociologici e antropologici, ma è ispirato soprattutto da persone reali incontrate da ZimmerFrei nel corso delle ultime peregrinazioni documentaristiche, che hanno portato alla nascita di un lavoro di fiction, o per meglio dire staged documentary, che registra la perdita di efficacia di una parola: l’’identità’ non è più intesa come una definizione univoca, ma piuttosto come un bisogno di riconoscimento, un intreccio di somiglianze e differenze”.

Per la prima volta nella sua storia artistica, ZimmerFrei adotta la finzione e ricorre anche ad attori veri e propri per comporre una sequenza di tre capitoli, tre storie affettive apparentemente distinte, ambientate in un unico set: l’interno di un palazzo storico, un tempo residenza del cardinale Lambertini, che poi diventerà Benedetto XIV, il papa del Secolo dei Lumi.

A introdurre il viaggio sono Filmon e Stella, due studenti di origine eritrea che discorrono sul significato di “pensare gli altri” ed “essere visti”, partendo dalla loro esperienza di non usare la vista come senso primario e di relazione, dato che il primo è cieco dall'età di undici anni e la seconda ipovedente. Lo spettatore non può vederli ma solo adottare il loro “punto di vista” per ascoltare con maggiore attenzione la loro conversazione inserita in un ambiente sonoro all'interno dello stesso spazio in cui ha avuto luogo. Attraverso questa immersione, si fa strada un pensiero semplice ma rivoluzionario: il corpo che siamo non può essere circoscritto alla sola egemonia del visuale.

La seconda scena si apre con una visione dall'alto di un ambiente insieme spettrale e fiabesco in cui tre ragazzi, dopo essersi introdotti segretamente nel palazzo da un passaggio nascosto, bisbigliano sdraiati vicini, intrecciando distrattamente le punte dei piedi e delle mani. Mentre Yakub racconta a Bianca e Omar del suo viaggio dall’Africa verso l’Europa, dalle parole dei tre amici emerge il dubbio verso quelle convenzioni che ci separano dagli altri, verso la paura, il sentimento di difesa che ci impedisce di percepire differenze e somiglianze, intrappolandoci in paradigmi mentali inconsapevoli.

Mentre i tre ragazzi si addormentano sul pavimento della stanza, dall'altra parte del muro una donna  si risveglia al fianco di un uomo: “Lui” è un maschio italiano bianco, intellettuale progressista, con una fascinazione per la pornografia; “Lei” è una donna italiana nera, militante femminista, anti razzista, anti colonialista. I due interpretano un dialogo scritto dal regista e  drammaturgo teatrale Alessandro Berti in cui s’intrecciano i temi della pornografia, della rappresentazione del corpo dell’altro, del colore della pelle e del legame di coppia. Ci troviamo di fronte a una nuova forma di cecità, non più fisica ma altrettanto invalidante, che circoscrive il corpo a un linguaggio razziale, per poi smorzarsi nella tenerezza di due amanti che tornano a “vedersi”, come corpi abitati da altri corpi.

Ultima modifica il Lunedì, 05 Ottobre 2020 18:51


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