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Venerdì, 10 Marzo 2017 13:06

Da Monnalisa ai gioielli della Corona: come ti proteggo il tesoro. Le teche a regola d'arte del cavalier Goppion

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Il patron dell'azienda italiana leader nella realizzazione di vetrine museali, racconta il mondo dell'esposizione protetta dei capolavori. Progetti in tutto il mondo dal '52. Ora è la volta dei Paesi Arabi

Alessandro Goppion Alessandro Goppion

ROMA - La sicurezza contro i furti, gli atti vandalici e gli attacchi terroristici; la conservazione e la tutela dei metalli e delle pietre preziose da particelle e agenti inquinanti; l’estetica (che conta quanto la sicurezza); i sistemi di apertura e di chiusura; la riservatezza assoluta richiesta dai committenti, la perizia e la tecnica in fase di produzione e installazione. Quando Alessandro Goppion, “il cavaliere” come lo chiamano i suoi dipendenti, prepara una torta raffinata di nome “teca espositiva” sa che deve mescolare tutti questi ingredienti. E che quello che deve venir fuori, alla fine, è qualcosa di molto, molto vicino alla perfezione.

La Goppion S.p.a., leader mondiale per la realizzazione di allestimenti e vetrine per musei attiva dal ’52, cinquanta dipendenti a libro paga e cinquanta professionisti dell’installazione che vanno e vengono fluttuando parallelamente ai progetti che vorticano in tutto il mondo, è la sua creatura. Lui la definisce «una realtà simile ad una bottega rinascimentale», ma quello che arriva dalle parole del cavaliere è invece una perfetta macchina da guerra, oliata al punto giusto per macinare chilometri e decenni e pronta a sbarcare in quell’angolo, ormai raro, di pianeta dove intorno all’arte girano i soldi veri, quelli che nel mondo occidentale scarseggiano causa crisi. Parliamo del mondo arabo, ovviamente.

Alessandro Goppion è un uomo che conosce le cose della vita, si capisce subito. Parla della filosofia che è alla base della realizzazione delle sue, famosissime, teche espositive come si parlerebbe di storia delle religioni: certezze applicate alla ricerca continua. “Consapevolezza” per lui, è la parola chiave quando si parla del successo dell’azienda che ha spiccato il volo nel momento in cui, ad alzare la cornetta per averne i servizi, fu addirittura la Casa Reale inglese. Da proteggere, e da esporre, c’era il Tesoro dei gioielli reali alla Torre di Londra. Roba da far tremare le vene ai polsi. «Era il ’93. E solo la vena di follia che caratterizza gli inglesi poteva spingerli a cercarci. Per la Torre di Londra utilizzammo tecnologie fino ad allora ignote, applicando meccanica di precisione e ingegneria ad elementi che prima erano stati considerati esclusivamente oggetti di arredamento». I gioielli della Corona inglese vennero così esposti su un fronte espositivo di 80 metri, in 15 teche super moderne, su due innovativi marciapiedi scorrevoli che evitarono, da allora, pericolosi affollamenti di fronte alle vetrine blindate e climatizzate. «Ci pensarono i servizi segreti inglesi a testarle con una serie di esplosioni in luoghi segreti. Era ancora il tempo dei terroristi dell’IRA e in Inghilterra non si scherzava su queste cose».

Non si scherza neanche adesso, in tempo di ISIS e di musei presi di mira dal terrorismo islamico. «In tutti i Paesi continuano a crescere le misure di sicurezza e i sistemi di controllo, anche se bisogna dire che in questo campo Inghilterra e subito dopo Francia, stanno un passo avanti. Tutti gli altri arrivano dopo».

Dopo la Torre di Londra e i gioielli più preziosi del mondo, è stata tutta una lunga sequenza di successi sempre più prestigiosi. Fino a lei, l’inimitabile Monna Lisa di Leonardo, star indiscussa del Louvre, visitata ogni anno da milioni di persone che respirano, alitano e la riscaldano al di là di quanto possa sopportare. Goppion definisce la teca progettata appositamente «un quadretto supertecnologico concentrato in pochi metri quadrati di vetrina». In realtà la sfida per proteggere la Gioconda porta la Goppion S.p.a. alla «ingegnerizzazione di una vetrina di grandi dimensioni (la sola anta misura 2,2x3,5 m) con prestazioni di sicurezza di altissimo livello, coperte dalla massima riservatezza e con prestazioni di conservazione che mettono al sicuro la preziosa tavola in legno di pioppo dagli sbalzi di umidità relativa e dagli inquinanti apportati dai circa sei milioni di visitatori che ogni anno le si accalcano di fronte» per la realizzazione della quale è stato necessario «organizzare una squadra con competenze tecniche molteplici e avanzate».

La Gioconda e la sua vetrina espositiva, nel 2005, rappresentano la consacrazione dell’azienda. Che continua a sfornare progetti e a mandare in giro per il mondo «una squadra che va a comprendere il senso di quello che si fa. Portiamo solo personale istruito e consapevole: architetti, storici, archeologi. Poi subentrano i tecnici: ingegneri meccanici, elettronici ed esperti in gestione. Loro sviluppano i progetti». Il risultato sono 20 milioni di fatturato annuo di cui l’80% all’estero. «Una vetrina può costare dai 5 mila ai 500 mila euro, dipende dalla complessità. Questo è un mondo che non ha parametri definiti».

Gli ultimi tre “capolavori” sono le teche create per il Museo Egizio di Torino, per quello di Renzo Piano a Trento e per il Museo dell’Opera del Duomo a Firenze. «Ma da qualche anno stiamo lavorando alla realizzazione di un sistema di teche smontabili per mostre temporanee davvero innovativo. Le vetrine possono essere smontate, imballate, stivate ed accatastate su ruote. Pronte per essere trasportate per la prossima mostra. All’origine si possono scegliere i parametri di sicurezza e il controllo climatico. Un investimento che diventa modesto perché ottimizzabile: i primi clienti sono stati i francesi, ma in Italia la Fondazione Ligabue ha scelto questo metodo ed ora ha già un piano di cinque mostre su cui vanno a distribuirsi i prezzi di realizzazione».

Far parte della cosiddetta “short list” delle aziende competitive a livello mondiale per la realizzazione di vetrine espositive ha portato Alessandro Goppion e le sue teche in Medio Oriente. In Arabia Saudita, a 20 chilometri da Riad, sta sorgendo un museo che, in 20 padiglioni, racconta la storia della civiltà locale. «Si tratta di oggetti originali e di molte repliche preziose da collezioni private o da grandi musei pertinenti al territorio saudita» spiega Goppion che conclude «quello arabo è un mondo molto complesso. Quale può essere il senso di un museo, concettualmente eurocentrico? Effetto globalizzazione, probabilmente». Ma di certo c’è che la Goppion è pronta, anche in mezzo al deserto.

Ultima modifica il Domenica, 12 Marzo 2017 10:11

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